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La Dichiarazione dei diritti in Internet, una carta inutile

La Dichiarazione dei diritti in Internet è inutile, essa nasce su iniziativa della Presidenza della Camera dei Deputati On.le Laura Boldrini, che ha promosso la costituzione di una Commissione di studio per l’elaborazione di principi in tema di diritti e doveri relativi ad Internet.

I lavori di questa Commissione poi sono proseguiti con una “consultazione pubblica”, gestita sulla piattaforma Media Civico della Fondazione <ahref, in cui il rinvio ai: Termini e condizioni di servizio e policy privacy, è fatto alla pagina della Social Media Policy della Camera dei deputati.

Una splendida mescolanza tra istituzione e privato – forse dovuta a motivi tecnici irrisolvibili – che dovrebbe quantomeno porre degli interrogativi in un Paese normale, ma qui nessuno se li pone.

Per far la breve, domani 28 luglio 2015 presso la Camera dei Deputati – Sala del Mappamondo ci sarà la presentazione della “Dichiarazione dei diritti in Internet” elaborata dalla Commissione per i diritti e i doveri relativi ad Internet.

Chiariamo un punto: la Commissione di cui si parla è una commissione di studio e non legislativa, quindi il lavoro svolto ha lo stesso valore di un’associazione culturale che predispone un codice etico o una carta dei diritti dei propri associati, quindi il valore: giuridico, normativo e regolamentare verso i terzi è praticamente nullo!

La “Dichiarazione dei diritti in Internet” dunque non ha alcuna rilevanza, per semplificarla al lettore: “se andassi domani con questa dichiarazione davanti ad un magistrato, per far valere i diritti di un mio assistito, provocherei l’ilarità del giudice oltre a fare una pessima figura”.

Quindi il primo punto sull’efficacia di questa carta è ben risolto: non serve a nulla!

Cosa contiene questa Dichiarazione dei diritti in Internet?

Sicuramente tante belle frasi, slegate dalla realtà, che rischiano di avere l’effetto contrario nel mondo delle nuove tecnologie della comunicazione digitale.

In primo luogo la Dichiarazione cerca di sovrapporsi, in modo imprudente, al nostro articolato costituzionale sui diritti e doveri, espresso dagli articoli 13-54 Costituzione, allorquando esprime il pericolosissimo presupposto che non è più l’individuo come persona ad essere “titolare di un diritto”, ma l’individuo come “utilizzatore di internet” ad essere titolare di un diritto.

La sottile distinzione palesa tutta la fragilità della Commissione, del suo elaborato, della sua proposta.

In secondo luogo: la Dichiarazione si preoccupa di garantire i diritti “dei giusti” dimenticando che la Rete, proprio per la sua terzietà è un mero strumento di comunicazione che favorisce anche condotte illecite che pongono seri pericoli alla libertà dell’Uomo.

La dichiarazione si articola su 14 articoli, ognuno meriterebbe un’analisi approfondita che magari svolgerò nei prossimi giorni, tuttavia se questa Carta dovesse realmente essere una pietra angolare per i successivi interventi normativi:

– sarebbe interrotta ogni forma di intelligence anti terroristica, ogni forma investigativa in contrasto ai crimini informatici svolti attraverso l’uso di siti civetta o agenti infiltrati, ogni forma di tutela del diritto attraverso l’uso del (DRM) Digital Right Management;

– l’art. 2 afferma che “Internet è diritto fondamentale della persona e condizione per il suo pieno sviluppo individuale e sociale” peccato che non tiene conto da un lato: Platone, Socrate, Dante, Leonardo da Vinci che pur non avendo internet sono cresciuti in modo che diremmo culturalmente normale, dall’altra gli imbecilli digitali che oggi – grazie alla rete – conosciamo per le loro idiote gesta;

– basterebbe poi l’art.4 per far chiudere Facebook o qualunque piattaforma che – attraverso un suo algoritmo – determini il valore e la visibilità dei nostri dati;

– chi determinerebbe poi il criterio di accredito delle piattaforme che si presentano come servizi essenziali (art.12) per la vita e l’attività delle persone: lo Stato? la politica? il mondo dell’impresa?

– che tutela avrebbe il cittadino italiano nel momento in cui si collega all’universo mondo digitale, gestito da società, strutture e soggetti all’estero?

– stranamente in tutta la Dichiarazione non si fa un cenno alla libertà di espressione, mentre ci si concentra elevandola ad un livello più alto la persona che utilizza internet da quella che non lo usa;

– poi riaffiorano un copia/incolla di norme sulla privacy e sul diritto d’autore, sulla neutralità delle Rete e non si parla dei diritti di coloro che – per loro libera scelta – decidono di non essere digitali. Una libertà che comunque deve essere rispettata.

Poi un paradosso all’art. 11 Diritto all’oblio: “Ogni persona ha diritto di ottenere la cancellazione dagli indici dei motori di ricerca dei riferimenti ad informazioni che, per il loro contenuto o per il tempo trascorso dal momento della loro raccolta, non abbiano più rilevanza pubblica.” Fatta salva la possibilità per chiunque, al terzo comma, di proporre opposizione all’autorità giudiziaria per revocare l’avvenuta cancellazione dai motori di ricerca. Le forme di pubblicità sull’avvenuta cancellazione restano un mistero.

Insomma i dubbi che apre questa “Dichiarazione dei diritti in Internet”, poi furbescamente addolcita nei documenti accompagnatori, come “carta dei principi ispiratori”, sono tanti e non ne avevamo di certo bisogno per la crescita del digitale nel nostro Paese.

In sintesi, vado a memoria, è un’iniziativa promossa da e per coloro che sulla panchina dei giardinetti, godendosi la meritata vecchiaia, proprio non ci vogliono andare.

Ne avevo parlato qui, di quella generazione incollata alla poltrona, che non solo ha influenzato il passato ma che desidera anche farlo per il futuro.

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