Autorità garante privacy e lo strappo della vergogna
Proprio ieri, per ragioni di lavoro, mi sono trovato a ricordare a una grande azienda che il sol pensare di “spiare” le e-mail e il traffico di rete dei dipendenti è anetico, vietato, condannabile. Poi, con un pizzico di orgoglio, ho sciorinato almeno 11 riferimenti normativi a supporto di quanto da me sostenuto.
Poco fa, apprendo che il Segretario generale dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali (già magistrato presso il TAR Lazio nonché dottore di ricerca in diritto pubblico dell’economia presso l’Università agli Studi di Bari) avrebbe impartito indicazioni al Responsabile della sicurezza informatica dell’Autorità per acquisire le e-mail dei dipendenti, il traffico internet, accessi VPN, file di log, etc. con l’obiettivo di individuare il dipendente responsabile dell’esfiltrazione di notizie verso alcuni giornalisti d’inchiesta.
Il rifiuto, per fortuna, del Dirigente alla sicurezza di eseguire tale richiesta, accompagnato da una doverosa informativa alle organizzazioni sindacali e agli stessi dipendenti, ha portato alle dimissioni del Segretario generale.
Provo un profondo imbarazzo, meglio vergogna, per quanto accaduto e non perché ne sia coinvolto, ma perché temo che nessun altro, a livello istituzionale, condivida davvero questo mio stato d’animo.
Come posso essere professionalmente credibile verso i miei assistiti, verso i miei studenti universitari, quando affermo che l’Autorità Garante per la protezione dei dati personali è l’organo deputato alla tutela delle libertà e alla protezione della dignità della persona quando poi pone in essere una condotta del genere?
Come posso non provare sfiducia quando la richiesta di controllo dei lavoratori è promossa da un Giudice amministrativo? Come posso far finta di nulla quando questa vicenda avviene in un momento in cui il Collegio dei garanti è già ferito nella sua reputazione?
A questo punto credo che occorra porre in essere una seria riflessione con un profondo richiamo all’etica personale di chi oggi ha il compito di indirizzo e controllo dell’Autorità.
Il sistema è collassato, non mentiamo a noi stessi, ma soprattutto non cerchiamo giustificazioni attraverso strategie della comunicazione social volte a giustificare o interpretare i fatti in modo diverso dalla realtà.
Faccio appello ad un profondo senso delle istituzioni volto ad anteporre l’interesse comune a quello personale.











