C’è una cosa che il web mi ha dato, tra le tante che mi ha tolto o complicato nella vita: le amicizie inattese. Quelle che non avresti mai costruito nei circuiti della vita ordinaria, nei corridoi dei tribunali, nei convegni di diritto dove tutti si assomigliano e parlano la stessa lingua.
Marco Camisani Calzolari è una di queste amicizie.
Lo conosco da oltre trent’anni. E devo fare subito una premessa che vale come chiave di lettura di tutto quello che seguirà, Marco è molto più giovane di me. Non lo dico per difesa anagrafica, lo dico perché è un dato che conta.
Quando ci siamo incontrati, lui era già curioso del futuro con quella leggerezza di chi ha nell’animo l’innovazione e la comunicazione e ha tutto il tempo per conquistare qualunque parte del mondo. Io ero già avvocato, radicato fisicamente in uno studio e alle prese con le prime controversie legate a strumenti che nessun codice civile o penale aveva ancora immaginato, già convinto, con quella seriosità che mi porto dietro come una toga indossata anche a casa, che dietro ogni tecnologia digitale ci fosse un problema giuridico in attesa di esplodere.
Ci siamo conosciuti quando esisteva un solo browser per navigare in rete. Si chiamava Netscape. I siti web nel mondo erano pochi, si contavano quasi e ogni nuova pagina online era un atto di fede verso qualcosa che ancora non aveva un nome preciso. Quel mondo non lo chiamavamo ancora “digitale”, lo chiamavamo semplicemente informatica o internet.
Siamo cresciuti su due sistemi paralleli, con in comune la sola passione per il futuro.
Da quel primo incontro in poi, abbiamo vissuto l’intera evoluzione della rete da posizioni diametralmente opposte. Complementari, forse. Quasi simmetriche per divergenza.
Marco ha scelto ciò che pochi sanno fare bene, la divulgazione.
Non la divulgazione semplificata, quella che banalizza per farsi capire, ma quella rara, una divulgazione razionale, motivante, capace di guardare in faccia sia le opportunità sia i rischi senza nascondere nulla sotto il tappeto dell’entusiasmo facile. Marco ormai lavora nel mondo digitale da 35 anni. È digital philosopher, cyberumanista, docente universitario, consulente, autore, divulgatore scientifico. Ha raggiunto oltre 2 milioni di follower complessivi, con circa 20 milioni di visualizzazioni mensili sui suoi contenuti di informazione pubblica.
Ha insegnato in università italiane e britanniche, è diventato cittadino britannico, ha fondato startup digitali a Londra, è entrato nel comitato di esperti della Presidenza del Consiglio per la strategia sull’Intelligenza Artificiale e dal 2017 è il volto della tecnologia su Striscia la Notizia.
È stato il primo studioso a puntare i riflettori sulle fake news, sollevando il caso internazionale dei fake follower su Twitter che gli è valsa la citazione da Reuters, dal Financial Times, dal The Guardian e dal The Economist. Ha puntato per primo il dito contro la manipolazione dei più giovani nei social network, quando altri ancora esaltavano le piattaforme social come ausilio per la crescita personale. Ha ricevuto il titolo di Cavaliere della Repubblica Italiana e quello di Agente Onorario della Polizia di Stato.
Io, nel frattempo, ho fatto l’avvocato. Ho analizzato i contratti che nessuno leggeva, le clausole che nessuno capiva, le responsabilità che nessuno voleva assumersi. Ho guardato il web con gli occhi di chi deve capire dove finisce la libertà e dove comincia il danno. Con quel carattere timido, spesso chiuso, che si nota anche dalle foto.
Marco ha l’enorme capacità di parlare di digitale con chiunque, con la persona meno esperta, con il CEO di una multinazionale, con un Governo, con un adolescente confuso. Io ho sempre ammirato questa sua dote con la sincerità un po’ goffa di chi sa di non possederla. Marco domina il palcoscenico, il microfono, lo schermo.
Ieri sera ho ascoltato Marco in un intervento dedicato all’Intelligenza Artificiale. L’evento è stato organizzato dall’Associazione Imprenditori Nord Milano, presso la sede della Banca di Credito Cooperativo di Barlassina. Nel moderno auditorium, una platea di imprenditori, persone abituate a fare i conti con la realtà, non con le visioni.
Ho ascoltato in silenzio, come sempre faccio quando parla lui, con quella sensazione strana di chi riconosce i propri pensieri elaborati da un altro con strumenti che non possiede.
L’AI è già qui. Non è più il futuro. Non è più la copertina di una rivista di tecnologia che puoi sfogliare e rimettere sul tavolino. È nelle aziende, nei processi, nelle decisioni quotidiane. E sta facendo una cosa che nessuna rivoluzione tecnologica aveva fatto con questa brutalità, sta colpendo i colletti bianchi.
Sta toccando chi ha sempre pensato di essere al sicuro dietro una laurea, un titolo, una competenza presunta. Gli operai avevano già vissuto il loro momento di difficoltà con l’automazione industriale. Ora è il turno di chi sta seduto a una scrivania.
Contrastarla è impossibile. Ignorarla è suicida. La rivoluzione dell’AI è planetaria e inarrestabile e Marco lo ha detto con quella chiarezza che non ammette consolazioni di comodo.
Ma ha anche detto altro. Ha detto la cosa più importante. La risposta non è la rassegnazione. Non è lo sgomento paralizzante di chi guarda il treno passare e non sale. La risposta è rimboccarsi le maniche. È smettere di dar credito al nostro storico nemico interiore, quella voce bassa e autoassolutoria che ci sussurra: «abbiamo sempre fatto così».
Quella voce è il vero nemico. Non l’intelligenza artificiale.
Cambiare significa evolversi. Significa non arrendersi. Significa restare protagonisti attraverso una umanità ancora capace di padroneggiare le tecnologie e non di subirle, non di adorarle come idoli, non di temerle come mostri ma di usarle con consapevolezza, con quella dose di lucidità critica che solo l’esperienza sa costruire.
Ci siamo incontrati in un mondo in cui esisteva solo Netscape, i newsgroup, le mailing list, quando condividere un file era un atto inspiegabile, quando la rete era ancora un luogo abitato da persone curiose che ci credevano davvero.
Marco e io siamo sopravvissuti a tutto. Alle bolle speculative, all’illusione dei social come spazi di democrazia, al degrado progressivo di piattaforme che hanno trasformato gli utenti in prodotti, in schiavi vanitosi, individualisti ed egoisti.
Abbiamo visto l’utopia digitale sgonfiarsi e lasciare sul campo una realtà molto più complicata, molto meno luminosa.
Siamo partiti insieme dall’epoca di un solo browser. Oggi navighiamo in un oceano di interfacce, algoritmi, modelli linguistici e intelligenze artificiali che camminano più veloci delle leggi e delle coscienze.
La rotta, però, è rimasta la stessa: tenere l’uomo al centro.
Buon lavoro Marco.










