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Una riflessione scomoda sull’Agenda digitale

Il decreto sullo sviluppo, recentemente approvato, recepisce l’obiettivo dell’Agenda digitale europea, ossia “ottenere entro il 2020 vantaggi economici sostenibili grazie a un mercato digitale unico basato su Internet veloce e superveloce e su applicazioni interoperabili”.

Cosa vuol dire?

Vuol dire che l’Europa ha esortato gli Stati membri a dotarsi di un piano di “sviluppo del digitale” al fine di favorire un mercato unico che si propone di ottenere un guadagno netto pari a 2,5 milioni di nuovi posti di lavoro e un aumento annuo del PIL dell’UE corrispondente a 160 miliardi di euro (circa l’1%)

La prima riflessione è che tale strategia è posta a vantaggio dell’Europa, quindi i 27 Stati appartenenti all’UE devono dividersi i posti di lavoro e l’aumento del PIL che matematicamente significa: 92.593 posti di lavoro ciascuno e potenzialmente 5 miliardi l’anno di fatturato.

Questa è media. In questo quadro occorre poi considerare che Regno Unito, Francia e Germania andranno a prendere dei valori oltre la media, così come gli emergenti Paesi dell’est Europa perchè ancora protetti da fondi per lo sviluppo, tutto ciò abbassa la fetta di opportunità per gli altri Paesi.

Questo non vuol dire non partecipare al piano europeo, vuol dire solo: “attenzione perchè l’Agenda digitale europea 2020 non risolverà i nostri problemi, anzì in taluni casi potrà ampliarli!”

Ciò che è più importante è che il decreto sullo Sviluppo, ora un coacervo di principi, non introduce, se non per le discutibili imprese innovative, alcun elemento nuovo al fine di migliorare la qualità della vita dei cittadini.

Vediamo il perché?

L’Agenda per l’innovazione in Italia è iniziata in modo corretto nel 1997, non per favorire i mercati ma per semplificare e innovare la P.A. e di conseguenza il rapporto tra Stato e cittadino. Questa innovazione è iniziata con la Legge Bassanini che per la prima volta ha introdotto un significativo riordino della Pubblica Amministrazione ponendo le basi per quel fiorente periodo che ha introdotto le norme: sulla informatizzazione prima e digitalizzazione dopo dello Stato italiano.

Ho sempre pensato che la nostra Agenda digitale si chiamasse “Codice dell’Amministrazione digitale”, in sintesi quel testo normativo del 2005 che da un lato ha enucleato dieci anni di legislazione sulla materia e dall’altro ha ricondotto validità giuridica alle firme elettroniche, ai sistemi di trasmissione del documento come la posta elettronica certificata, alla gestione documentale, al sistema pubblico di connettività, ai sistemi di riuso del software, al management dei dati pubblici, alla previsione dell’identità digitale del cittadino.

Oggi vi prego, non mi fate passare per “agenda digitale” un decreto economico che prevede sia la caduta a pioggia di contributi e finanziamenti sia le imprese innovative come se queste possano risolvere la perdita dei posti di lavoro del settore: metallurgico, edilizio, automobilistico e agricolo di un Paese che da secoli è rivolto ad una economico tradizionale.

Desidero onestà intellettuale ed un’agenda che si impegni per migliorare la qualità di vita delle persone: anagrafe digitale, domicilio digitale, siti della P.A., giustizia digitale non c’è un solo elemento nuovo nel decreto per lo sviluppo che non sia stato elemento di normazione negli anni precedenti.

Due esempi su tutti:

Giustizia digitale: nel decreto sviluppo si parla nel decreto per lo sviluppo di giustizia digitale per l’organizzazione delle cancellerie fallimentari, ossia quelle che regolano il fallimento dell’impresa e i rapporti con i grandi creditori (normalmente le banche), per snellire e velocizzare la procedura. Come mai nessuno ha pensato di voler affrontare e risolvere le procedure delle sezioni dedicate al “diritto del lavoro” in cui giacciono oltre 15 milioni di pratiche, 15 milioni di lavoratori che attendono un TFR, il pagamento della busta paga o semplicemente l’accertamento di un diritto al fine di vivere una vita dignitosa.

Libri di testo: nel decreto sviluppo si parla di libri di testo e in Rete si è discusso molto su questo tema. Ci fosse stato un solo commentatore che avesse fatto riferimento alla Legge 6 agosto 2008, n. 133 all’art. 15 (Costo dei libri scolastici) in cui si afferma: “A partire dall’anno scolastico 2008-2009, nel rispetto della normativa vigente e fatta salva l’autonomia didattica nell’adozione dei libri di testo nelle scuole di ogni ordine e grado, tenuto conto dell’organizzazione didattica esistente, i competenti organi individuano preferibilmente i libri di testo disponibili, in tutto o in parte, nella rete internet. Gli studenti accedono ai testi disponibili tramite internet, gratuitamente o dietro pagamento a seconda dei casi previsti dalla normativa vigente” e poco dopo, “A partire dall’anno scolastico 2011-2012, il collegio dei docenti adotta esclusivamente libri utilizzabili nelle versioni on line scaricabili da internet o mista. Sono fatte salve le disposizioni relative all’adozione di strumenti didattici per i soggetti diversamente abili”.

Ma a questo punto di cosa stiamo parlando nel decreto sullo svuluppo…dei 150 milioni che nel 2013 verranno stanziati per lo sviluppo delle infrastrutture?

Concludo nell’affermare che l’Italia deve ancora porre in essere la sua Agenda digitale, quella costituita dal Codice per l’Amministrazione digitale, quella capace di snellire le procedure, di far risparmiare 40 miliardi di euro l’anno allo Stato, quella capace di rendere la macchina amministrativa più economica e trasparente, quella che ancora per falsi miti e strumentali azioni stenta ad essere compiuta.

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