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La caduta di Facebook quotato in Borsa

Immagine di Alessandro Vitale

Prima di analizzare la più grande “fuffa finanziaria 2.0” dell’anno, occorre capire perché un’azienda decida di entrare in Borsa.

Cercherò di farlo senza cadere in troppi tecnicismi. Una Società decide di quotarsi in Borsa quando ha come scopo quello di trovare capitali di investimento nella crescita produttiva evitando di ricorrere a finanziamenti a titoli di credito, certamente quest’ultimi più onerosi.

In buona sostanza il capitale viene aumentato attraverso lo sforzo comune di tanti piccoli investitori che, attraverso un’offerta pubblica di sottoscrizione, assumono il rischio di partecipare agli eventuali utili o perdite della società.

Per una Società l’ingresso in Borsa è certamente utile sotto il profilo di immagine nel mercato internazionale, aumenta il prestigio economico, si colloca automaticamente su un piano

alto dell’economia mondiale.

Comprenderete bene che in un’operazione del genere la comunicazione e il marketing assumano un ruolo importantissimo, oserei dire più importante dei bilanci e delle analisi finanziarie. Ovviamente migliore è la comunicazione, più alto sarà il prezzo delle azioni, più alto sarà il capitale finanziario raccolto dalla società neo quotata.

Aritmeticamente seguite questo esempio: la società entra in borsa con quote del valore di 10, dopo poco le azioni calano a 3. Cosa succede? Semplicemente che la Società avrà capitalizzato per 10 e gli investitori avranno perso 7 salvo riprendersi dopo un lungo periodo se il titolo dovesse tornare a 10 o aumentare di valore.

Se una società è brava nella comunicazione attesterà il valore di vendita di ciascuna azione in modo molto vataggioso, pazienza se a perdere poco dopo saranno gli investitori o i piccoli risparmiatori.

Facebook è, a mio avviso, il chiaro esempio di società che per quotarsi in Borsa ha adottato una grande comunicazione senza basare le proprie capacità su un reale mercato.

Facebook in meno di 100 giorni ha perso quasi il 48% del proprio valore, dai 38 dollari iniziali per azione ora il titolo è di 18 dollari con una perdita totale di 50 miliardi di dollari.

Difficile immaginare nel medio periodo una ripresa che possa, da un lato calmierare le perdite e dall’altro portare un utile netto agli azionisti. La responsabilità in questo caso non è del fondatore di Facebook ma di un modello di business troppo esaltato e poco consolidato nel mercato.

E i piccoli risparmiatori?

Pazienza…si facciano prima una ragione e poi un giro tra le bacheche degli amici del social network più diffuso nel mondo occidentale, ovviamente continuando, come sempre hanno fatto, ad evitare i banner pubblicitari.

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One Comment

  • db

    12 Settembre 2012 at 07:32

    “Facebook è, a mio avviso, il chiaro esempio di società che per quotarsi in Borsa ha adottato una grande comunicazione senza basare le proprie capacità su un reale mercato”.

    Secondo me il mercato c’è, ma le sue proporzioni non consentono a Facebook di sostenere una simile “supervalutazione”, raggiunta effettivamente con una strategia di comunicazione basata anche ulla natura stessa del social network. Il “tranello” (mi si passi il termine) era però intuibile dalle osservazioni di vari addetti ai lavori (molti osservatori, prima del debutto in borsa, avevano sottolineato la “lievitazione innaturale” del valore di Facebook negli outlook finanziari), che avevano preannunciato la “bolla”.

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